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Com'è cambiata l'informazione col web

Com’è cambiata l’informazione col web? Dalla disintermediazione alla disinformazione digitale

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Il 43,7% degli italiani si informa tramite Facebook (12esimo rapporto Censis sulla comunicazione e informazione, marzo 2015) a dimostrazione di come sia cambiato il modo di informarsi sempre più in autonomia facendo ricerche con il proprio dispositivo piuttosto che leggere la home della testata che preferiscono.

Com’è cambiata l’informazione col web? Dalla disintermediazione alla disinformazione digitale

Potremmo dire che il flusso dell’informazione si è così velocizzato che per molti giornalisti restare al passo e adeguarsi ai cambiamenti digitali diventa davvero un’impresa. Il lettore di oggi, commenta, partecipa ai gruppi, ai forum, è social e vuole far sentire il suo parere o il suo malcontento.

Seppure l’informazione web ha cambiato il modo di leggere e ricercare le notizie, ha favorito a molti giornalisti o blogger nuovi spunti per trovare informazioni o spiare i profili aperti e rilevare fenomeni sociali degni di nota. Anche per la verifica delle fonti, o per il debunking delle bufale in rete sono spesso utilizzati i social che si dimostrano (soprattutto Facebook, Twitter e Instagram) un luogo dove attingere curiosità di ogni genere.

I giornali online come erano intesi fino a un ventennio fa venivano additati come un prodotto poco qualificato rispetto al cartaceo e a dispetto di alcune scelte editoriali coraggiose che continua a pubblicare in edicola, l’informazione qualificata online deve fare i conti con le fake news, con una concorrenza spietata e più attrezzata per recuperare quel ruolo rispettato com’era un tempo.

“Eh ma lo dicono i giornali” era un’espressione per indicare che la fonte fosse autorevole e veritiera. Adesso si assiste a una situazione capovolta, dove quello che dicono i giornali diventa solo un modo per riempire le pagine web e poco attendibile per i lettori.

Il lettore contemporaneo non si attiene a un menabò, lui cerca su google, scrolla le feed di Facebook, apre le newsletter e legge i post della fanpage. Si suppone che un lettore capace di fare tutte queste cose sia un nativo digitale, e invece alcune volte (o spesso) non lo è. E il pericolo di leggere notizie false è dietro l’angolo, soprattutto se non è in grado di riconoscere un sito aggregatore di fake news pagato a ppc o leggere i credits di un sito. E se cresce l’utilizzo di dispositivi digitali in possesso di fasce d’età diversificate, dall’altro cresce anche il corretto utilizzo del web?

No, viste le truffe online a scapito di under 70 e giovanissimi che cadono nella rete del deep web. Non servirebbe una maggiore consapevolezza che dietro un giornalista o un bravo blogger si nascondono ore e ore di approfondimenti e verifiche? Forse eviteremmo che la disintermediazione digitale diventi disinformazione digitale.

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Il 43,7% degli italiani si informa tramite Facebook. Qual è il pericolo che si nasconde dietro la disintermediazione digitale?
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