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Fake News: Un problema per l’informazione

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Fake News: Un problema per l'informazione

Il termine Fake News, secondo il Collins, sarebbe la parola emblematica del 2017. Le fake news riescono a coinvolgere un numero elevato di reaction di Facebook, condivisioni e visualizzazioni con estrema gioia per i gestori dei siti di bufale.

Fake News: Un problema per l’informazione

Secondo una ricerca di Buzzfeed, le fake news avrebbero potuto incidere anche sulle elezioni di Trump diffondendo informazioni non veritiere.

Un dato è però davvero preoccupante ovvero quello di Ipsos Public Affairs per BuzzFeed da cui si evince che il 75% degli americani avrebbe dichiarato di non essere riuscito a individuare una fake news ma di essere stato attirato da titolo.

E le fake news in Italia come sono percepite? In Italia le cose non vanno molto diversamente: secondo l’Istituto Eumetra Monterosa di Milano il 9% degli intervistati –con più di 17 anni- avrebbe dichiarato che

«è difficile capire quando una notizia è falsa».

Adesso non vorrei dare una visione pessimistica, ma è inevitabile dire che stiamo assistendo a un decentramento del ruolo professionale con la disintermediazione digitale.

Il flusso informativo che passava in modo mediato dal giornale/giornalista al lettore/telespettatore, adesso è immediato con un lettore come protagonista che fa ricerche online.

Se immaginiamo un lettore non abituato a fare delle ricerche verificate, il rischio di accedere a un sito bufalaro è davvero alto.

Per contrastare l’accesso delle notizie false e dal contenuto ingannevole alle newsfeed di Facebook, il team degli sviluppatori avrebbe migliorato l’algoritmo dell’apprendimento automatico rilevando siti di bassa qualità e pagine farlocche. Allo stesso modo Google avrebbe annunciato, oltre ad avvalersi del fact checking di terze parti (una sorta di quality rater delle notizie) un vantaggio nella SERP per quegli editori che avessero inserito il markup “ClaimReview” di Schema.org o implementando i siti sviluppati in WordPress il widget “ShareTheFacts” usato da PolitiFact, The Washington Post e FactCheck.org e consentendo ai lettori la condivisione delle notizie verificate.

Ma quale business si nasconde dietro le fake news?

Le bufale sono un problema non solo perché avrebbero il potere di deviare una sana opinione pubblica basata su fatti inverosimili, ma anche perché stiamo assistendo al fenomeno della post-truth dove la percezione emotiva di un fatto assume più importanza del fatto stesso, con la conseguenza nefasta dell’alterazione della percezione della realtà.
E in questo senso, senza fare troppa dietrologia, potremmo ipotizzare di notizie mendaci pilotate appositamente per manipolare l’opinione pubblica, e soprattutto le scelte legate alla politica, alla sanità e ai temi caldi del Paese.

Questa è un’ipotesi azzardata? Ok, restiamo coi piedi per terra. Forse abbiamo sopravvalutato il sistema bufale in rete?
Però dobbiamo riconoscere che le fake news nascondono un business niente male. È abbastanza intuibile che lo scopo della divulgazione di notizie false e con un numero elevato di visualizzazioni e condivisioni sia legato alla pubblicità online, come quella ppc (pay per clic) come maggior introito dei gestori dei siti che riuscirebbero a guadagnare con sistemi di pubblicità online come Adsense anche sui migliaia di dollari al giorno.

Perché le fake news hanno molti lettori?

Le notizie false ruotano attorno alla regola delle 3S: sesso, sangue e soldi, ovvero temi accattivanti capaci di smuovere il sentiment della rete, di scatenare hate speech o engagement. Ecco che a questo punto una notizia diventa una commodity, un vero prodotto da immettere in un mercato con un target definito.

Abbiamo individuato la tipicità di una bufala in rete che avrebbe il potere intrinseco di causare un isterismo collettivo e una disinformazione collettiva, ma il ruolo del giornalista qual è?
Alcuni giornalisti informatici – l’antesignano dei cacciatori di bufale è stato il giornalista informatico Paolo Attivissimo– e di lì si sono susseguiti altri siti autorevoli che svolgono quotidianamente un’attività di debunking per “smontare le bufale” e fugare ogni dubbio. Ma purtroppo, a volte può capitare anche che i più esperti con la ricerca delle fonti possano inciampare in notizie così inverosimili da sembrare delle bufale, per poi rivelarsi… Vere!

Il problema del fact checking per smontare le bufale

Voglio citare per fare un esempio pratico, a dimostrazione di quanto, a volte, chi fa questo lavoro si scontra con situazioni davvero assurde e a volte il fact checking diventi difficoltoso. Vi ricorderete la notizia di un pitone che in Indonesia avrebbe divorato per intero un uomo: la notizia rimbalzata su tutti i media era vera, ma negli anni precedenti la stessa era stata smontata e bollata come una leggenda metropolitana del tutto infondata.

Fino a quando l’ennesima testata autorevole, nazionale ed estera, aveva confermato la notizia a distanza di parecchie ore. Mi sembrava di assistere alla famosa favola di Esopo Al lupo, al lupo! Dove un fatto smentito così tante volte precedentemente sembrava davvero improbabile che potesse accadere davvero. Ebbene questo è uno dei rischi del giornalista o di chi scrive, dover confutare fino a prova contraria.

Eppure stiamo assistendo a un sovraccarico di informazioni dove i tempi di pubblicazione si restringono vertiginosamente perché vorremmo anticipare i nostri competitor ed essere i primi a pubblicare ma questa corsa folle potrebbe portarci a commettere degli errori che dovremmo ridurre al minimo per non ledere quella “fiducia tra stampa e lettori” per il bene della categoria.

Ed è in quest’ottica che alcuni progetti editoriali stanno tentando la via dello slow journalism per andare contro corrente al mainstream informativo e concentrarsi sul “giornalismo di qualità” quello che richiede maggior tempo e maggiori costi.

Come evitare le bufale con la verifica delle fonti

Ma tornando al fact checking anti bufale, ci sono diversi strumenti online per verificare l’identità di una persona, una località o un’immagine e fare un controllo incrociato.
Il Verification Handbook è un vademecum con case history pratici per non perdere di vista il metodo di lavoro giornalistico che elenca una serie di strumenti di verifica utili per i giornalisti.

Ma al di là delle tecnologie che ci vengono in soccorso per la verifica della verità sostanziale dei fatti, il metodo tradizionale delle 5W resta affidabile per confutare la notizia stessa e analizzare il fatto.

Ebbene, anche in ambito giornalistico -non solo medico- La tecnologia si conferma come la certezza ma il metodo è la diagnosi.

Cosa fa un web journalist?

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Cosa fa un web journalist

La professione del web journalist o giornalista web non si discosta dalla formazione deontologica e tradizionale del giornalista ma acquisisce diverse competenze relative agli strumenti digitali per raggiungere i lettori.

Cosa fa un web journalist?

Una delle competenze necessarie del giornalista che lavora online è la conoscenza della SEO e della scrittura finalizzata al ranking della SERP ma anche all’ottimizzazione dei testi.

Per fare un esempio pratico, la redazione di un testo destinato al cartaceo e quindi alla stampa sarà differente rispetto un testo scritto per i supporti web come il desktop o smartphone e tablet.
Questo accade perché cambiano i dispositivi e cambia anche la modalità di lettura e di ricerca del lettore. Ancora, ciò significa che la posizione del corpo nell’atteggiamento di lettura, come lo scorrimento con gli occhi delle righe di testo cambierà e di conseguenza la struttura dell’impaginato ma anche la formattazione.

Gli strumenti del web applicati al giornalismo

Tra le competenze di un web journalist ci sono anche le analisi dei dati, le parole chiavi e trends di ricerca dei lettori che aiutano al redattore a migliorare la qualità dei suoi articoli, a profilare i suoi lettori (età, posizione geografica, interessi) per migliorare l’esperienza di lettura.

Tra le altre attività che rientrano nelle mansioni di un giornalista web possono rientrare anche il monitoraggio delle pagine social e la moderazione dei commenti dei lettori.

Sento di dover fare questa precisazione tra giornalista tradizionale e web journalist perché nelle mansioni di un giornalista contemporaneo non possono mancare le conoscenze e l’utilizzo degli strumenti web. Per una questione di schiettezza mi sembra doveroso sottolineare che i più reticenti ai cambiamenti non hanno compreso, sì la difficoltà di una professione a volte schernita o ghettizzata da contratti di lavoro poco dignitosi, ma dall’altra l’opportunità del web con un nuovo scenario che offre la possibilità di reinventare le professione e staccarsi dai vecchi standard per trovare una nuova collocazione.

Qualcuno potrà dire “ma il giornalista non è un social media manager o un SEO copywriter”, e per quanto sia vero queste nuove professioni hanno bisogno di una figura che abbia delle regole deontologiche, che sappia comunicare e informare il pubblico secondo un’etica e una capacità di sintesi. A questo punto mi chiedo:
E perché un giornalista non potrebbe essere anche un social media manager? Chi meglio di lui può gestire ad esempio la comunicazione di un’azienda?

Spesso ho sentito anche: Ma il giornalista è colui che si “consuma la suola delle scarpe” anche questo è vero, ma la professione è cambiata, richiede, oggi, la dimestichezza con alcuni strumenti il cui utilizzo era affidato ad altri o non era tra le skills di competenze richieste.

Il web ha portato innumerevoli cambiamenti nel mondo del lavoro -e non solo in quello giornalistico- serve solo un po’ di coraggio per lasciare la strada vecchia per la nuova.

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